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Il sisma di 40 anni fa: cosa resta di quel giorno

La sera del 23 novembre 1980 ognuno di noi, bambino, giovane o anziano che fosse, abitante dei tanti Comuni a ridosso della Sella di Conza, verso Avellino, Salerno e Potenza, ha dovuto prendere atto della assoluta precarietà della vita considerato che in appena 90 secondi crollarono casupole, palazzi, monumenti, chiese ospedali, tombe gentilizie dei cimiteri con la tragica conseguenza di 2.914 morti e 8.848 feriti.

Ci fu un boato, qualcuno pensò ad una guerra atomica, poi ce ne fu un altro: era il terremoto!

Alla lettera, il terreno sotto i piedi si mette in moto, si agita, perché dall’interno della Terra, di solito tra i 5 ed i 10 km di profondità, se superficiali, la rottura di rocce più o meno plastiche genera onde che si dirigono in superficie mettendo tutto in scuotimento.

Il nostro terremoto colpì la Campania centrale e la Basilicata centro-settentrionale con effetti disastrosi, ed i danni furono classificati pari al X grado della scala Mercalli, tra i valori più alti della misura dei danni, ma questo si scoprì solo in seguito, dopo alcuni giorni, poiché allora non c’era la Protezione civile, né mezzi di comunicazione di cui oggi c’è un flusso abbondante!

Del resto, la misura dell’energia sprigionata, che si misura in magnitudo, fu pari a 6,9, una potenza paragonabile a medie bombe atomiche, amplificata nei danni dalla cattiva condizione delle abitazioni: il risultato fu una vera e propria ecatombe distribuita su tre Regioni (Campania, Basilicata e Puglia) determinando circa 280.000 sfollati.

Questi i numeri, che a 40 anni di distanza dicono poco o nulla, specie per bambini e ragazzi abituati dal cinema e da Internet a vedere quasi ogni giorno catastrofi vere o virtuali che siano.

Proviamo ad immaginare, ammesso che sia possibile, le giornate successive al terremoto: nessuna casa dove andare; nessun servizio pubblico attivo, né negozi, né forni, né poste, farmacie, per non dire di Chiese, cinema e altro!

Proviamo a capire, chiudendo gli occhi, come i sopravvissuti potessero trascorrere le giornate dalla mattina del 24 novembre in poi: in tutti i paesi del così detto epicentro (l’area più colpita!) si scavava dalla mattina alla sera, per cercare di estrarre persone ancora vive oppure i corpi di ormai deceduti: le scene di strazio sono immortalate nei video e nelle registrazioni, ma niente potrà riprodurre i sentimenti di angoscia e di disperazione: e tutto questo avveniva mentre continuava a tremare: si era diventati quasi insensibili alle scosse! La sera ci si addormentava in macchina, negli spazi ampi all’aperto, o in qualche aia di masserie rimaste in piedi, fin quando non giunsero le roulotte, le tende e infine i prefabbricati. Ma questa sequenza, raccontata così linearmente potrebbe apparire come una progressiva e trionfante soluzione della tragedia: invece, per passare da una fase all’altra si è dovuto attendere settimane o mesi, a seconda delle realtà, ed una solidarietà mai vista da parte di decine di migliaia (ebbene sì, migliaia e migliaia!!) di ragazzi, di uomini, di donne medici infermieri, di amministratori pubblici di tecnici, elettricisti e maestranze di ogni tipo.

Come fu possibile?

L’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il 25 novembre, nonostante il parere contrario del presidente del Consiglio Forlani e altri ministri e consiglieri, si recò in elicottero sui luoghi della tragedia. Di ritorno dai paesi distrutti, dopo avere incontrato migliaia di persone e dopo avere visto lo stato di abbandono dei nostri centri, in un discorso in televisione a reti unificate, rivolto agli italiani, non solo denunciò con durezza e tristezza visibili sul suo volto il ritardo e le inadempienze dei soccorsi, ma fece soprattutto appello agli uomini di buona volontà di venire a soccorrerci: in tutte le zone colpite questi soccorsi arrivarono, ma solo dopo cinque giorni: una sua affermazione divenuta proverbiale fu: si onorano i morti pensando ai superstiti, ai vivi!. Le dure parole del presidente della Repubblica causarono sia la mobilitazione nazionale che l’immediata rimozione del prefetto di Avellino Attilio Lobefalo, e le dimissioni (in seguito respinte) del Ministro dell’interno Virginio Rognoni.

Per onestà, le parole di Pertini da sole non sarebbero bastate a creare quel moto di condivisione della nostra sorte, infatti, si è saputo dopo che Pertini telefonò ad Enrico Berlinguer dicendogli di mobilitare tutte le forze del Partito Comunista, a partire dalle amministrazioni comunali, provinciali e regionali governate dal Partito: fu così che nel giro di una settimana, in ogni paese del cratere erano attive le strutture delle Regioni del Centro Nord, dalla Toscana all’Emilia, alla Lombardia e via enumerando: a Lioni abbiamo avuto la città di Bergamo e non solo; a Conza la provincia di Bologna; a Sant’Andrea di Conza e Calitri, le Province di Siena Lucca e Massa e così via.

Sto cercando più nei ricordi, che nelle mie conoscenze, poiché ai nostri allievi bisogna trasferire significative idee capaci di far vivere oggi qualcosa che magari hanno visto sui video.

Infatti, c’è da dire che i nostri alunni della scuola del primo ciclo, ma anche alcuni delle superiori sono figli di genitori appena nati o bimbi nel 1980: per tale ragione, nessuno in casa loro è oggi capace di restituire un minimo di ricordi vividi di quella sera e delle prime settimane, giornate vissute nell’angoscia e nella disperazione, quasi fino a Natale.

Io, invece avevo 25 anni, ed ero a Sant’Andrea, sebbene svolgessi il militare a Nettuno: ero a casa per motivi di salute, e da allora la mia vita è stata interamente assorbita dall’impegno politico e sociale, oltre che culturale e professionale, per la ricostruzione e lo sviluppo di queste nostre terre!

A quell’ora, 19 e 30 di domenica 23 novembre ero in casa di amici che per buona sorte ha resistito al sisma, e, per fortuna anche tutti i miei familiari e quelli della famiglia della mia ragazza, oggi mia moglie, erano sani e salvi, sebbene le nostre case fossero tutte lesionate e non abitabili, tanto più che le scosse continuavano a ritmo incalzante.  Capii anch’io con ritardo cosa fosse accaduto, ma mai avrei potuto immaginare di dovere ascoltare dalla radio dei carabinieri, la cui auto girava nel paese per invitarci a mettere al sicuro, che: “Lioni è raso al suolo, Conza è raso al suolo, Teora è raso al suolo, Sant’Angelo è raso al suolo, Caposele gravissimi danni…San Mango raso al suolo”.

Mancavano i comuni del salernitano come Castelnuovo, Santomenna, Laviano, Valva, che poi scoprimmo essere stati distrutti totalmente con centinaia di morti.

Seguirono mesi incredibili: le prime scelte delle aree per roulotte e prefabbricati, zone intere da urbanizzare, discussioni interminabili, il Governo, i Partiti politici, allora entità presenti e pensanti, Comitati popolari! Insomma, confronti, scontri, denunce e lotte vere e proprie.

Poi arrivò ad aprile la Legge di ricostruzione 219/81 ed iniziarono le discussioni sui Piani di Recupero, i Piani di edilizia economica e degli insediamenti produttivi e delle aree industriali: ed ancora confronti, scontri, discussioni infinite di massa.

C’erano tanta tristezza e rabbia, ma anche tanta voglia di partecipare, di contare e di decidere!

Purtroppo, con il trascorrere dei mesi cresceva anche la consapevolezza che il terremoto aveva distrutto tante nostre risorse e soprattutto aveva spezzato la nostra civiltà: Le culture distrutte titolò un anno dopo 22 novembre 1981, il Corriere della Sera un interessante articolo di Alfonso Maria Di Nola, tra i maggiori antropologi italiani, divenuto mio amico.

Diceva: in queste aree post terremoto “potremo essere alla periferia della Kansas City dei film western o di un qualsiasi altro precario stanziamento di gente deprivata di storia”.

Ed ancora: “[…] Continua qui un terremoto segreto ed interiore che è quello dell’anima sradicata…”

Da quel momento, per descrivere l’effetto psicologico ed esistenziale per la perdita di luoghi di incontro, al vuoto di memoria dei vicoli, portali, palazzi, bastava dire terremoto dell’anima!

Gli anni sono trascorsi tra alti e bassi, tra resistenze ed abbandoni: le case sono state tutte ricostruite, ma la gran parte sono vuote, così pure le industrie delle innumerevoli aree industriali realizzate.

Purtroppo, un dato è incontrovertibile: 40 anni dopo, l’area epicentrale irpina, che si può far corrispondere ai 25 comuni dell’Area Pilota, da Montella a Lacedonia, che contava 80.000 abitanti nel 1980, ne conta 59000 oggi: 20 mila in meno, una catastrofe nella catastrofe.

Eppure il termine catastrofe in greco (katastrepho) non rinvia a macerie e lutti, bensì alla trasformazione, al cambiamento di forma, quindi anche alla rinascita, proprio quella che non siamo riusciti a garantire, purtroppo, nonostante gli sforzi di migliaia di uomini in carne ed ossa.

Dovendo mettere un punto a questo mio sintetico riavvolgimento di 40 anni di ricordi, non posso che chiudere pensando ai nostri ragazzi: 40 anni fa c’erano ancora forte una scarsa conoscenza scientifica, molto viva una visione fatalistica degli eventi, una totale assenza di strumenti tecnologici e della protezione civile.

Oggi, tutto quello che allora mancava c’è, a partire dalla capacità di indicare in tempi quasi reali dove avviene un sisma, ma i 40 anni sono passati invano, poiché non abbiamo costruito una cultura della scienza delle catastrofi naturali e dei lor rischi: da quello sismico a quello vulcanico a quelli idrogeologici. Se ci dovessimo trovare nuovamente in condizioni di necessità saremmo impreparati come allora, del resto, anche dal punto di vista urbanistico abbiamo fatto di tutto per cancellarne il semplice ricordo, per cui anche solo per reperire le aree di primo soccorso si fomenteranno diatribe tra fazioni contrapposte.

Se vogliamo rendere produttivo questa ricorrenza, allora cerchiamo di ricordare tutti assieme che “questo è stato” e che può essere ancora! e che solo una cultura scientifica, non semplicemente tecnica, (non ci si può cullare sulla esistenza della Protezione civile, e del CNR, ad esempio !) potrà rendere ognuno più consapevole delle responsabilità individuali e delle opportunità di una vita autenticamente vissuta come cittadini degni di stima, altrimenti gli errori saranno inevitabilmente  ripetuti ed anche tutti i lutti, i dolori e gli sforzi delle generazioni precedenti saranno stati vani.

1 commento

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1 Commento

  • Maria De Mattia
    24 Novembre 2020, 23:46

    Ritengo sia doveroso ricordare una pagina così dolorosa che ha lacerato la nostra terra. Complimenti per l’articolo

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